Zen, tiro con l’arco e benessere organizzativo

Se ti stai chiedendo cosa possa mai avere in comune un arciere zen giapponese con un’azienda italiana che organizza riunioni su Zoom alle 18:30 di venerdì… beh, forse più di quanto pensi.

Tutto parte da un libricino che sembra innocuo, ma che in realtà è una bomba filosofica lanciata con grazia millimetrica: Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel. [Se ti interessa puoi trovarlo QUI]. Un testo scritto da un professore tedesco che, trovandosi in Giappone negli anni ‘30, decide di imparare l’arte del tiro con l’arco sotto la guida di un maestro zen. E ne esce trasformato. Non solo lui — anche chi lo legge, se ha il coraggio di lasciarsi trafiggere (metaforicamente, s’intende).

Ma quindi, che c’entra tutto questo con il benessere organizzativo? Ecco qua qualche freccia da scoccare insieme.

Nel libro, Herrigel scopre che il vero tiro perfetto avviene quando non sei tu a tirare. Sì, hai letto bene. Quando ti dimentichi del colpo, della prestazione, del giudizio, ed entri in uno stato di totale presenza. Solo allora il tiro “accade”.

lo zen e il tiro con l'arco

Ecco, lo stesso vale per le organizzazioni sane: non puntano solo agli obiettivi da raggiungere, ma a come ci si lavora. Il focus non è solo il KPI, ma il clima, le relazioni, la sensazione di stare in un posto dove non ti viene l’orticaria il lunedì mattina.


Il “non sforzo” come superpotere

Il concetto di wu wei, caro al pensiero orientale, è l’arte del non forzare. Di lasciare che le cose fluiscano, che l’arco tiri da sé, che tu diventi parte del gesto.

Perfetto! Ti propongo uno scenario concreto in un contesto aziendale moderno, dove il concetto di Wu Wei si rivela la chiave per sciogliere una situazione complicata senza forzarla, ma favorendo un flusso naturale e produttivo.

Vuoi un esempio concreto? Proviamo a immaginare:
Siamo in una PMI del settore marketing digitale. Il team sta lavorando a una campagna importante per un cliente. C’è tensione. Il project manager, Chiara, ha convocato una riunione perché il gruppo è in stallo: troppe idee, nessuna sintesi, ritardi e nervosismo.

Reazione tipica (non Wu Wei):
Chiara entra nella riunione con l’intento di “risolvere subito”. Fa pressing sul gruppo, spinge per scegliere una proposta, chiede risultati e tempistiche. Il tono si irrigidisce. Alcuni membri si chiudono, altri reagiscono difensivamente. La riunione si chiude con una decisione affrettata e scontenti latenti.

Reazione ispirata al Wu Wei:
Chiara cambia approccio. Entra in riunione con un’energia calma. Invece di forzare la soluzione, crea uno spazio di ascolto autentico. Fa una pausa, respira. Chiede a ciascuno cosa li blocca, senza giudizio. Poi lascia che le idee emergano naturalmente. Ascolta più che parlare. Fa domande aperte, non direttive. A un certo punto, un’idea semplice ma potente nasce da una riflessione di un collega — e viene accolta con entusiasmo.

Esito:
La riunione si trasforma da muro contro muro a flusso creativo. Nessuno si è sentito forzato. La soluzione non è stata “imposta”, ma “emersa”. Il team si riallinea, motivato e coeso.

Nel mondo del lavoro — dove ci si sbraccia per sembrare sempre occupatissimi e importantissimi — questa idea è rivoluzionaria. Promuovere ambienti di lavoro meno tossici, meno frenetici, più consapevoli, dove la performance non sia spremitura, ma espressione naturale del talento… è già benessere organizzativo.

Nel tiro con l’arco zen, se ti distrai, hai già fallito. Devi esserci. Con tutto te stesso.
In azienda? Stessa cosa. Troppa energia si disperde in rimuginamenti, ansie da prestazione, o nel multitasking selvaggio che ci illude di essere efficienti mentre ci mangia il cervello a colazione.

Favorire la mindfulness (senza cadere nel finto buddismo aziendale, per carità) può davvero fare la differenza. Perché quando sei presente, lavori meglio, ascolti meglio e magari non mandi l’ennesima mail passivo-aggressiva alle 2:00 di notte.


Una leadership più “ZEN”

Il maestro zen di Herrigel non gli dice mai: “fai così e vedrai”. No, lo lascia sudare, sbagliare, impazzire. Ma lo osserva, lo accompagna, gli dà fiducia.
In una parola: lo guida senza soffocarlo.

Questo tipo di approccio è esattamente quello che serve nella formazione e nella leadership moderna: spazio di esplorazione, coaching, mentoring. Non manager che ti controllano il badge o che ti misurano il tempo in pausa caffè con l’occhio del Grande Fratello. Il maestro è autorevole, non autoritario. È lì per far sì che l’allievo trovi la propria via. Non per imporre la sua.

Troppo osé? 🤔 🙂 😏

Il leader zen non è un santone in ciabatte che parla per koan. È una persona concreta, che magari ha mille cose da fare come tutti, ma ha imparato a non farsi travolgere. Quando c’è, si sente. Non perché alza la voce o fa discorsi da palcoscenico, ma perché è presente, davvero. Ti guarda negli occhi, ti ascolta per capire — non per rispondere in fretta.

Non ha bisogno di controllare tutto. Sa che il controllo è un’illusione che ti fa solo perdere tempo e lucidità. Non delega per lavarsene le mani, ma perché si fida delle persone. E quando le cose non vanno, non cerca subito un colpevole: prova prima a capire cos’è successo. Questo non vuol dire che lascia correre tutto, anzi. Ma affronta i problemi con calma, non a muso duro.

Parla chiaro, senza giri di parole, ma senza tagliare le gambe a nessuno. Se c’è tensione, non la butta giù a forza: respira, ascolta, lascia che l’aria si calmi. E poi agisce. Non fa tutto da solo per dimostrare di essere il più bravo, ma sa stare un passo indietro quando serve. Non per tirarsi fuori, ma per lasciare spazio. Perché sa che un team non cresce se qualcuno deve avere sempre l’ultima parola.

La sua forza non sta nell’essere infallibile, ma nell’essere vero. Sa dire “non lo so”, sa chiedere scusa, sa cambiare idea. Non fa il coach spirituale, fa il suo lavoro con serietà, ma senza perdere di vista il fatto che lavora con esseri umani, non con robot. E forse è proprio per questo che chi lavora con lui si fida, si sente libero di parlare, di sbagliare, di crescere.

leader zen

Essere un leader zen non è una posa, è una pratica. È allenarsi ogni giorno a non reagire di impulso, a non farsi prendere dal panico, a restare centrati anche quando tutto intorno sembra un casino. Non è per pochi eletti: è per chi ha il coraggio di mettersi in discussione, di respirare prima di decidere, di guidare senza tirare la corda.


In conclusione? Il benessere organizzativo è una via zen.

Non si improvvisa. Non si può imporre con una circolare interna. È un lavoro costante, fatto di attenzione, di relazioni autentiche, di spazi in cui le persone possono sbagliare senza finire al rogo (metaforico, eh… o quasi). Un lavoro che parte da una valutazione del clima organizzativo, seria, svolta con professionalità da un consulente esterno che abbia una visione più oggettiva e usi strumenti ad hoc per la tua realtà aziendale.

Vuol dire farsi carico del problema, se un problema esiste. Non nascondersi dietro i soliti alibi del picco di lavoro. Essere disposti a mettersi in gioco, a esplorare il conflitto, anziché evitarlo. Per costruire un team coeso, autentico e produttivo.

Lo Zen ci insegna che non serve sforzarsi per colpire il bersaglio, se riesci a stare in relazione con ciò che fai il risultato non tarderà ad arrivare. Lo stesso vale per il lavoro: se crei il contesto giusto, il team potrà esprimere tutte le sue potenzialità, senza fatica. Come una freccia che vola da sola una volta scoccata.


Hai letto fin qui? Allora forse hai già iniziato a tendere l’arco 😉
Ti va di raccontarmi che cosa ne pensi? O magari come ti piacerebbe rendere il tuo lavoro (o quello degli altri) un po’ più zen? Puoi scriverci a info@benorganizzati.it o visitare la nostra pagina su LinkedIn https://www.linkedin.com/company/benorganizzati/

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